Biennale di Venezia 2017, L’Arsenale – Biennale 2017, the Arsenale

Quest’anno, dopo la terza visita a questa mostra enorme, esagerata e incredibile, sono uscita dall’Arsenale senza un peso sul cuore.
Per la prima volta, dopo la visione apocalittica e quella maniacale delle due scorse edizioni, ho percepito un anelito positivo, un afflato di speranza per l’umanità intera.
Sarà stata la curatrice femmina, non so, fatto sta che già la divisione dei padiglioni in raggruppamenti che hanno più a che fare con gli universi interni alle persone rispetto a quelli meccanicistici e tangibili mi è sembrata una gran bella idea.
Il Padiglione dei Colori, delle Tradizioni, degli Sciamani, quello Dionisiaco tanto per citarne alcuni, raggruppano opere e artisti con lo stesso minimo comune denominatore.
Massiccia l’attenzione al nostro pianeta e alla natura, e in diversi casi c’è proprio la spinta ad un ritorno a Madre Terra. Finalmente.
Sarò naive, ma il parallelo tra la piega che prende la produzione artistica e il sentimento serpeggiante generale ce lo vedo, e ribadisco, mi sono sentita avvolta a più riprese da una energia in qualche modo benevola (la speranza?) e da questa quasi protetta, come se una delle manone appoggiate alla Ca’ Segredo in Canal Grande  fosse lì a ripararmi dalle intemperie delle ansie e delle paure ancestrali.

This year, after the third visit to this huge, exaggerated and incredible exhibition, I left the Arsenale without a weight on the heart.
For the first time, after the apocalyptic and manic-like vision of the two recent editions, I felt a positive outcry, a tad of hope for the whole of humanity.
It might have been the female curator, I do not know, or the division of the halls into clusters that have more to do with the inner universes than the mechanical and tangible ones… Anyway, it seemed to me a great thing already. The Pavilion of Colors, Traditions, Shamans, and Dionysos, to name a few, regroup works and artists with the same shared ideas.
Massive attention is paid to our planet and to nature, and in several cases there is actually the push for a return to Mother Earth. Finally.
Call me naive, but I sense a connection between the direction that the artistic production takes and the general human feeling. At times I felt wrapped in some kind of benevolent energy (can we call it hope?) and this made me feel a bit safer, as if one of the big hands lying towards the Ca’ Sagredo in the Grand Canal was there to repair me from the anxieties and ancestral fears.

Maria Lai, Lenzuolo
Maria Lai e la geografia del cuore – Maria Lai and her heart’s geography

Questa sensazione è partita con Maria Lai, l’artista sarda che ha vissuto attraverso quasi cento anni, quasi tutto il Novecento, con le sue produzioni che riportano alla terra, alla materia, a ossa lacrime e sangue. Ci sono i libri di pane, i libri cuciti con le pagine di stoffa, lenzuoli ricamati come fossero scritti a mano, carte geografiche immaginarie intessute di fili rossi e oro su pezze di cotone grezzo, e un occhio di riguardo per Jana, la fata benevola della tradizione sarda, ripresa anche da Michele Ciacciofera, che le dedica la sua installazione, chiamata Jana Code, il Codice di Jana (o delle Janas, ché non ce n’è solo una).

Anna Halprin ci illustra, con foto, video e un grande pannello, la sua Danza Planetaria, una danza di pace tra le persone e verso la terra.

L’artista del Kosovo Petrit Halilaj che ha creato quest’opera assieme alla madre, ci porta le sue splendide e grezze falene giganti, fatte di tessuti tipici kosovari.

E poi la coreana Yee Sokyung, con la sua enorme installazione fatta di vasi rotti trovati fuori dagli studi dei vasai, nella sua terra. Yee ha creato una pila, una creatura anzi, alta oltre 4 metri, con frammenti di tutti questi vasi spezzati, che ha ricomposto e a cui ha ridato vita unendoli l’uno all’altro e saldandoli con una malta d’oro – come nella nota tecnica giapponese. Di fatto ha riunito e arricchito quello che poteva sembrare qualcosa di difettoso rendendolo più prezioso e più potente.

Falene, Moths
Petrit Halilaj, Kosovo, Falene – Petrit Halilaj, Kosovo – Moths

This feeling started with Maria Lai, the Sardinian artist who has lived through almost a hundred years, almost all of the twentieth century; her productions convey a basic feeling: earth, matter, tears and blood. There are books of bread, books sewn with cloth pages, embroidered sheets as handwritten, imaginary geographic cards woven with red and gold threads on raw cotton cloth, and a lot of attention to Jana, the benevolent fairy Of the Sardinian tradition, resumed also by Michele Ciacciofera, who dedicates his installation, called Jana Code, the Code of Jana (or Janas, since there is not only one).

Anna Halprin shows us, with photos, videos and a large panel, his Planetary Dance, a dance of peace between people and Earth.

The artist of Kosovo, Petrit Halilaj, who created this work together with her mother, brings us her beautiful and rough giant moths, made of typical Kosovar fabrics.

And then the Korean Yee Sokyung, with a huge installation made of broken pots found outside the pottery studios, in her land. Yee has created a stack, a creature indeed, over 4 meters high, with fragments of all these broken vases, which he reconstructed and which he resurrected by joining them to each other and welding them with a gold sort of clay – as in the note Japanese technique. In fact, it brought together and enriched what might seem to be something bad, making it more precious and more powerful.

Korean broken pottery creature
La creatura di vasi rotti saldati con l’oro – The “creature” of broken vases welded with Gold

Ma la meraviglia è esplosa nel padiglione degli Sciamani, grazie all’enorme creazione di Ernesto Neto che ci ha portato il suo Luogo Sacro (a Sacred Place). Una tenda enorme realizzata all’uncinetto, in cui è possibile entrare e riposare, o meditare, o semplicemente stare.
Una Sagrada Familia di cotone colorato che rimette in pace con il mondo.

A Sacred Place, Ernesto Neto
A Sacred Place, Ernesto Neto

E la stessa meraviglia non è svanita, anzi mi ha sopraffatto, alla vista delle opere di Rina Banerjee. qualcuno le ha definite “Realismo fantastico”, e mi pare una definizione precisa e azzeccata.
Le sue sono sculture create con materiali naturali ma anche di uso comune, come parti di lettori cd, conchiglie, piume di uccelli, piccoli recipienti di vetro, fili, luci e lustrini.
Qualcosa che mi ha ricordato una sorta di altare pagano, o un feticcio haitiano forse, o cubano nei riti della Santerìa. Qualcosa di ancestrale, con una forza che ti prende lo stomaco, ma che possiede grazia e bellezza. Le foto decisamente non rendono.

Ultime (solo per mancanza di tempo) menzioni all’artista libanese Haguette Caland e alla tedesca Heidi Bucher, entrambe nel padiglione Dionisiaco, entrambe sensuali ed evocative. La prima per le sue opere felicemente erotiche, ammiccanti, mai volgari, rese anche solo con un tratto di penna.
La seconda per la tecnica e l’idea: rendere la lingerie femminile eterna o quasi, immergendola in una soluzione di lattice per fissarla così, stesa, aperta, invitante, fluttuante, leggera anche se statica. …E queste sono opere che le due signore hanno cominciato a creare negli anni Settanta del secolo scorso!

Magari sono di parte, ma mi sento di dire che le donne hanno una marcia in più…

Rina Banerjee's creations
Rina Banerjee e le sue sculture fantastiche – Rina Banerjee and her fantastic sculptures

The wonder exploded in the Shaman’s Pavilion, thanks to the enormous creation of Ernesto Neto who brought us his Sacred Place. A huge tent/curtain made of crochet, where you can enter and rest, or meditate, or just stay.
A colorful cotton Sagrada Familia that restores peace with the world.

And the same wonder has not vanished, indeed it has overwhelmed me, in view of the works of Rina Banerjee. Someone has called it “fantastic Realism”, and I think it is a definite and accurate definition.
Her sculptures are made of natural materials but also commonly used as part of cd players, shells, bird feathers, small glass containers, wires, lights and glitter.
Something that reminded me of a pagan altar, or perhaps a Haitian fetish, or Cuban in the Santerìa rituals. Something of ancestral, with a force that takes your stomach, but possesses grace and beauty. Photos definitely do not portray its power.

Caland, dresses
Haguette Caland, artista libanese – Haguette Caland, Lebanese artist

Last (only for lack of time) comments to Lebanese artist Haguette Caland and German Heidi Bucher, both in the Dionysian pavilion, both sensual and evocative. The first one for her happy, erotic, ever-vulgar, and even funny works, she did even with a single thin stroke.
The second for the technique and idea: to make feminine lingerie eternal or nearly so, immersing it in a latex solution to fix it stretched, open, inviting, fluctuating, lightweight though static. … And these are works that the two ladies began to create more than forty years ago!

I might be one-sided but hey, women rocks.

Per leggere il primo post sulla Biennale 2017 cliccare qui – First post on Venice biennale 2017 right here

2 Replies to “Biennale di Venezia 2017, L’Arsenale – Biennale 2017, the Arsenale”

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