Biennale di Venezia 2017 – Biennale 2017, art in Venice

La Laguna mi ha accolto due sere fa con un tramonto pazzesco: il cielo giallo e viola ha virato, a tempo con i minuti che passavano, verso l’arancio e il turchese prima di sconfinare nell’uniforme blu  sella sera.
Questa tavolozza naturale si collega al fine del mio approdo qui, ossia la visita alla Biennale di Arte Contemporanea di Venezia, che ogni due anni rende questa città di per sé magica uno spettacolo infinito.
Premetto che non sono un’esperta di arte contemporanea, ma l’argomento mi affascina e quando ho l’occasione di vedere qualcosa, in genere non la lascio scappare.
La Grande Visita è iniziata ieri, insieme al mio compagno Andrea (lui certamente più informato di me, veterano della Biennale) con le collaterali, in un itinerario che ricama le calli antiche con punti nuovi. Palazzi di trecento anni che ospitano le produzioni di artisti ventenni o trentenni. È tutto un entrare e uscire dal tempo, c’è sempre una doppia sorpresa: quella dell’artista e quella del luogo che l’ospita.
Dopo dodici visite ad altrettante esposizioni non mi ero ancora fatta un’idea precisa del minimo comune denominatore, che almeno sulla carta recita: “Viva l’arte viva”. Che vuol dire tutto o nulla, diciamocelo.
Posso dire quello che mi ha colpito, e per ragioni diverse.
il “Glasstress”, appuntamento irrinunciabile perché ospita solo opere realizzate con il vetro, quest’anno è stato un po’ inferiore al 2015. Il Palazzo dell’Accademia era occupato dalla mostra solo per un piano, e l’altra venue della manifestazione, a Murano, è aperta soltanto tre giorni alla settimana, e per poche ore.
Ma tant’è, me la sono goduta – nonostante (anche) il caldo estremo.
Appena salita la monumentale rampa di scale ci si imbatte nelle creature eteree e poetiche di Karen Lamonte.
All’inizio mi sono dovuta ripetere che le opere erano veramente di vetro, perché a dire il vero i vestiti sembravano veramente fatti di organza, o seta, o raso. E non solo questo: i corpi (cavi all’interno, senza braccia né testa) facevano indovinare i seni, le cosce, le pance e i fondoschiena delle modelle, come se la stoffa fosse trasparente. Opere che oltre all’idea convogliano il saper fare, il lavoro esperto frutto di sudore, esperienza, lacrime e sangue. Ecco cosa mi esalta.
Mi piace il gesto istintivo, ma mi piace di più quando l’idea si accoppia con la tecnica e gesti ripetuti per secoli. Artigiani illuminati, ma padroni dei metodi.
E in questa mostra in particolare, esempi ce ne sono eccome.

Sunset in Venice
Il commovente tramonto di benvenuto – the moving welcome sunset

The lagoon welcomed me two nights ago with a crazy sunset: the yellow and purple sky turned in time with the passing minutes to orange and turquoise before finishing in the blue uniform.
This natural palette connects to the purpose of my trip here, namely the visit to the Venice Biennale of Contemporary Art, which every two years makes this city an infinite spectacle.
I claim that I am not an expert in contemporary art, but the subject fascinates me, and when I have the opportunity to see something, I usually do not let her run away.
The Great Visit started yesterday, along with my man Andrea (certainly a veteran of the Biennale) with the collateral exhibitions, an itinerary that embroiders the ancient calli with new sttches. Three hundred years old palaces that host the productions of artists aged 20 or 30. It’s all about getting in and out of time, there is always a double surprise – that of the artist and the place of the setting.
After twelve visits to as many exhibits I had not yet made a precise idea of ​​the least common denominator, which at least on the paper says “Live the living art.” That means anything or nothing, let’s face it.
I can say what struck me, and for different reasons.
The “Glasstress” is an unmissable event. It hosts only works made with glass, even though this year was a bit below 2015. The Academy’s Palace was occupied by the exhibition for only one floor, and the other venue of the event, in Murano island, is open only three days a week, and just for a few hours.
Anyway, I enjoy it – despite (also) the extreme heat.
As soon as the monumental flight of stairs climbs, we come across Karen Lamonte’s ethereal and poetic creatures.
At first I had to repeat that the works were really made from glass, ​​because to tell the truth the clothes looked really made of organza, or silk, or satin. And not only this: the bodies (empty inside, without arms or head) like they have the breasts, thighs, swords, and bottom of the models underneat, as if the cloth was transparent.
I like the instinctual gesture in art, but the works that, in addition to the idea, convey the know-how and the expertise truly exalt me.
And in this show in particular, there are a few examples.

 

Glasstress Venice 2017
Uno dei lavori di Karen Lamonte – One of Karen Lamonte’s works


Oltre a Karen Lamonte sono rimasta senza parole di fronte al lavoro di Josepha Gasch-Muche, che ha presentato superfici rivestite con migliaia di foglie di vetro sottilissime, unite insieme in un’unico organismo che riflette come per magia le luci attorno e le restituisce sfaccettate, creando ad ogni passo dello spettatore panorami inediti.

Glasstress 2017
I riflessi magici di Josepha Gash – The magical reflections of Josepha Gash

Anche i pesci di Charles Avery sono stati una scoperta. Creature lunghe e opalescenti, simili ad anguille. E il rispetto per l’artista ha guadagnato punto quando nell’elenco dei materiali usati per i pezzi (vetro, plastica, legno) ho letto anche un inquietante “sangue”.

Una bella sorpresa l’opera di Ai Weiwei, mastodontica, traslucida, di colore quasi asettico: bianco con un filo di giallo. Un enorme simil-lampadario senza luci, ma che riluce della passione dell’artista. Al termine di ogni voluta barocca, invece che fiori o ghirlande, ci sono uccellini di twitter, mani con il dito medio alzato e telecamere a circuito chiuso. Forte il signor Ai: dove non arriva lui si fa aiutare da maestranze esperte commissionando le forme da ottenere. Un mastro di bottega dagli occhi scintillanti.

Glasstress 2017
Pesci opalescenti di vetro e sangue – Opalesent fishes made by glass and blood

Usciti dal Palazzo, altre due belle sorprese, anzi tre: la prima è stata il padiglione dell’Azerbaijan, la cui idea è semplice eppure potente. “Sotto un solo sole”. L’Azerbaijan è terra di convivenze. Oltre trenta etnie dividono la stessa aria e lo stesso territorio da sempre, arricchendo la cultra nazionale invece che impoverirla. Per illustrare il loro concetto, gli azeri hanno proposto interviste a membri di ogni etnia presente nel paese, e al piano superiore, le bellissime installazioni a base musicale di Elvin Nabizade
Una con oltre 40 saz, strumenti tipici simili a mandolini, allineati, appesi e composti in una linea che rappresenta il percorso giornaliero del sole. L’altra con strumenti da tutto il paese, rappresentanti di ogni etnia, arrangiate a formare una sfera sospesa che curiosamente non presenta spigoli vivi.

In addition to Karen Lamonte I remained speechless in front of Josepha Gasch-Muche’s work, which presented surfaces covered with thousands of thin glass leaves, joined together in a single body that reflects the magic around the lights and returns faceted, creating unseen views at every step of the spectator.

Even the fishes of Charles Avery were a discovery. Long and opaque creatures, similar to eels.

A beautiful surprise is the work of Ai Weiwei, mastodontic, translucent, of almost aseptic color: white with a yellow twist. A huge chandelier without lights, but that glitters the artist’s passion. At the end of every Baroque branch, instead of flowers or garlands, there are twitter birds, hands showing the middle finger and closed-circuit cameras. Strong Mr. Ai: wherever he does not get, he seeks for the help of experienced workers. A master with sparkling eyes.

 

Glasstress 2017
Ai Weiwei, L’uccellino di Twitter moribondo – Ai Weiwei, Twitter’s bird almost dying

After leaving the palace, two more beautiful surprises, indeed three:
the first was the Azerbaijan’s pavilion, whose idea is simple yet powerful. “Under One Sun”. Azerbaijan is a land of conviviality. Over thirty ethnic groups have shared the same air and the same territory ever since, enriching the national culture instead of impoverishing it. To illustrate their concept, the artists proposed interviews with members of every ethnic group in the country, and on the top floor, the beautiful musical installations by Elvin Nabizade.
One with over 40 saz, typical instruments similar to mandolins, aligned, hung, and compounded in a line that represents the daily path of the sun. The other with instruments from all over the country, representatives of every ethnicity, arranged to form a suspended sphere that curiously does not have sharp edges.

Glasstress 2017
Il lavoro armonico dell’artista azero – The harmonius work of the artist from Azerbaijan

Poi, Cuba: un padiglione che ha trasmesso forza, spinta, energia. Nelle incisioni su pentole e recipienti affumicati, nelle statuine della Virgen del Cobre, nel video – commovente – in cui sul monitor di sinistra una signora anziana sferruzza una coperta rossa, e in quello di destra una ragazza disfa quella stessa coperta. Come a dire che i giovani non hanno più fiducia negli anziani, non danno loro più ascolto.
Infine lui: l’algido e rigoroso – e geniale, perché no – Jan Fabre. L’Abbazia di San Gregorio tutta per lui e per le sue sculture in vetro e ossa (umane, abbiamo scoperto). I temi sono molteplici e per la maggior parte politici, e solo grazie all’aiuto di Cecilia li abbiamo avuti più chiari: i teschi di vetro blu che masticano ognuno lo scheletro di un animale diverso, critica alle corporazioni di Anversa. E una canoa congolese fatta di ossa umane e spinta da remi di vetro che terminano ognuno con una mano simboleggiano le discutibili conquiste del Belgio in Congo. Jan Fabre è un personaggio che non può fare a meno di entrarti nella testa, qualcuno che di certo non scorderò tornando a casa.

Glasstress 2017
Sedici teschi di vetro blu che masticano animali – Sixteen blue glass skulls munching animal’s skeletons

Then, Cuba: a pavilion that has transmitted strength, life, energy. Engraved pots, statues of the Virgen del Cobre, a the moving video – in which on the left monitor an elderly lady bushes a red blanket, and in the right one a girl undoes the same blanket. How to say that young people no longer trust the elderly, they do not listen to them anymore.

Finally, him: the cold, rigorous – and ingenious, why not – Jan Fabre. The Abbey of St. Gregory is all for him and for his glass and bones sculptures (human bones, we discovered). The themes are many and mostly political, and only thanks to Cecilia’s help (the guide) we have had them clearer: the blue glass skulls, each chewing a skeleton of a different animal, is a critic to the Antwerp guilds. And a Congolese canoe made of human bones and pushed by glass oars that end each with one hand symbolize the controversial conquests of Belgium in the Congo.
Jan Fabre is a character who can not help but get into your head, someone who I will certainly not forget coming back home.

Glasstress 2017
Scultura in ossa umane… – Human bones sculpture

3 Replies to “Biennale di Venezia 2017 – Biennale 2017, art in Venice”

  1. Shirley/ Sher says: Reply

    belle immagini e interessanti i commenti. Bravi!

    1. adminbeawwblog says: Reply

      Grazie cara Sher! Correggimi pure sull’inglese eh 😀

  2. […] leggere il primo post sulla Biennale 2017 cliccare qui – First post on Venice biennale 2017 right […]

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