Post sull’IRAN, sull’abbigliamento femminile e sull’essere ignavi. This is a post about visiting IRAN, women’s clothing, and about being indolent

La moschea di Isfahan - Isfahan Mosque

Il mio concittadino Dante Alighieri mette gli ignavi all’inferno. (Chi sono gli ignavi? Io, per esempio. Leggete qui per una definizione più precisa).

Ma noi ignavi all’inferno ci siamo già: dopo un iniziale senso di vittoria per aver posticipato qualsiasi cosa fosse necessario fare in un dato momento, subentra il panico del tic-tac del tempo che passa in ansiosa attesa prima che qualcuno ti richieda di farla. È dura la vita dell’ignavo anarchico con sensi di colpa: ti trovi sempre in mezzo e non sai mai cosa è meglio fare, ti senti sempre sballottato tra il seguire le regole e il disprezzarle, anche se questo significa una cosa sola: autosabotaggio (alzi la mano chi mi capisce, vi prego! Perché ogni volta che succede mi sento degna del castigo divino).

Ho riflettuto su questo per svariate notti prima di arrivare a decidere che voglio muovermi e fare quello per cui ho acquistato questo dominio e scritto i primi due post sul blog: raccontare qualche esperienza e sensazione raccolta in giro per il mondo, cominciando proprio dall’Iran.

Quindi vado a raccontare… e il racconto non è fresco come dovrebbe essere, ma mi perdono.

Sono stata per la prima volta in Iran per lavoro lo scorso novembre, e prima di partire ero un po’ tesa: un paese in cui non ero mai stata, con una fama all’estero non proprio esaltante… nonostante il mio capo mi avesse decantato più e più volte le lodi del paese e dei suoi abitanti, ero un pochino intimorita, non sapevo cosa aspettarmi.

Il mio giro iniziale sarebbe stato: Tehran – Kerman – Deserto del Lut – Isfahan – Qashan – Qom – Tehran.

Al momento della preparazione del bagaglio c’era da fare un pensiero in più sull’abbigliamento. Innanzitutto c’era la questione velo. Un particolare a cui essendo una donna viene da pensare, il velo obbligatorio. Ho scelto due foulard abbastanza caldi e con colori neutri, ma c’erano un po’ di interrogativi irrisolti. “E se me lo scordo?” “E se mi scivola?” “E se al ristorante mi cade nella zuppa?” “E se apro la porta della camera d’albergo al facchino senza velo in testa?”  E via così.
Inutile dire che le eventualità si sono presentate tutte. Ma allegramente, giuro. Non ci sono mai state conseguenze gravi, né mai sono finita in prigione per questo. Comunque sulla questione velo ho sentito voci di qua e voci di là, nel senso che c’era chi si indignava perché era un obbligo, per le occidentali e per le iraniane. A un festival di cinema mediorientale invece, una regista persiana mi ha sorpreso, raccontando che il velo (che a volte le iraniane chiamano “lasciapassare”) ha permesso a tante donne delle classi più modeste di frequentare scuole o di accedere a luoghi prima riservati solo agli uomini.
Come tutti gli argomenti di questa terra, più avessi scavato, più avrei trovato sfumature e opinioni una contro l’altra, completamente divergenti, sia uscite dalla bocca o dalla penna di donne persiane sia occidentali.
La miglior cosa, mi sono detta, è andare a testare con mano.

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My countryman Dante Alighieri puts indolent people in hell. (Who are the indolents? I, for example. For a more precise definition, Merriam Webster says that an indolent is someone: “showing an inclination to laziness”).
But we indolents, we are in hell already: after an initial sense of victory for having postponed whatever was necessary to do at any given time, panic takes over… time ticks, and you wait anxiously  for someone calling you to deliver what you were supposed to deliver . It’s hard life for indolent anarchist with guilt: you always find yourself in between and you never know what is best, feeling increasingly buffeted between following and despise the rules, even if it means only one thing: self-sabotage (raise your hand if you understand me, please! Because every time that happens I feel worthy of divine punishment).
I’ve been thinking about this for several nights before I got to decide that I want to move and do what I’ve bought this domain and wrote the first two blog posts for: storytelling, sharing some experience and sensation collected around the world, beginning precisely from Iran.
So I’m going to tell … and the story is not as fresh as it should be, but I forgive myself, for a change.
I was for the first time in Iran on business last November, and before leaving I was a little tense: a country where I had never been before, with a fame  not really exciting … despite my boss decanted persian people and culture again and again, praising the country , I was a bit intimidated, and did not know what to expect.
My initial trip would be: Tehran – Kerman – Lut Desert – Isfahan – Qashan – Qom – Tehran

When preparing the luggage I had one more thought on clothing. First there was the headscarf issue. A detail that being a woman comes to mind, the mandatory veil. I chose two fairly warm scarf of neutral colors, but there were a bit of unresolved questions. “And if I forget?” “What if it slips back or forth?” “What if I drop into the soup at the restaurant?” “And if I open the hotel room door the porter without headscarf?” And so on.
Needless to say that the event occurred all. But happily, I swear. There have never been serious consequences, and never have ended up in jail for it. However on the issue veil I heard rumors here and there. There were indignated women, both Western and Iranian, bacause of its mandastory-ness. At a film festival in the Middle East instead, a Persian woan director surprised me, telling that the veil (which is sometimes called from the Iranian women “pass”) has allowed many women of the lower classes to attend private schools or gain access to places only reserved to men.
Like all the topics in this world, more I dug, the more I found shades and opinions against each other, completely different, both outputs from the mouth or pen of both Western and Persian women.
The best thing, I said, is going to test first hand.

Flight Tehran Sky
Tramonto dal cielo durante il volo per Tehran – Sunset from the sky during the trip to Tehran

Altra premessa sull’abbigliamento: i vestiti devono essere non fascianti, soprattutto nella zona seno e fianchi, ed essere piuttosto lunghi.
La tenuta standard della donna iraniana è: camicione, maglia o cardigan oversized, o ancora giacca abbottonata lunga fino a metà coscia. Colori preferibilmente scuri, ma nessuno vieta di indossare colori accesi (anche se il rosso viene generalmente evitato). Le maniche devono essere lunghe, sempre.
Sotto si indossano i pantaloni, che vanno dai jeans o pantaloni di stoffa larghi a gamba dritta (tipo Palazzo) ai fuseaux, leggins o quant’altro, basta che siano lunghi fino alla caviglia, che non dovrà mai essere scoperta. Non devono essere sottolineate nel corpo femminile le parti più sensuali, per così dire, che potrebbero traviare un uomo, o fargli fare pensieri impuri.
Curioso però, che per le scarpe non ci siano regole: sono permesse scarpe chiuse, aperte, compresi sandali e infradito, e si va dalle ballerine “flat” al tacco 12. E le ragazze, soprattutto quelle di città, in estate ostentano delle pedicure cui io non potrei mai nemmeno pensare; dai sandali occhieggia un grado di perfezione della laccatura delle unghie e una pelle talmente vellutata e liscia anche alla sola vista che nemmeno se rinasco… mi chiedo se nessuno si sia mai accorto che un piede è un elemento di gran lunga più sexy di un polpaccio. Un piede può essere un’arma letale (in tutti i sensi).

Comunque, nella mia valigia rosa non ho messo altro che cose che avevo già, da appassionata di maglie lunghe e proprietaria di svariate paia di leggins e pantacollant di anniottantiana memoria. Un paio di scarpe da tennis e un paio di caste decolleté, con un piumino imbottito lungo al polpaccio (era novembre inoltrato) completavano il corredo. E sono andata benissimo.

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Another premise on clothing: the clothes should not be clingy, especially in the breast and hip area, and have to be quite long.
The standard outfit of the Iranian woman is: gown, knit cardigan or oversized, or long jacket buttoned up to mid-thigh. Preferably dark colors, but nobody forbids to wear bright colors (although the red is generally avoided). The sleeves should be long, always.
Below you wear pants, ranging from jeans or baggy cloth trousers straight leg (Palazzo type) to leggings, leggings or whatever, just pay attention: they have to be long to the ankle, which should never be naked/seen. The most sensual parts of the female body, so to speak, should never been highlighted, that could entice a man to make it impure thoughts.
However, curious enough, for the shoes there are no rules: closed, open, including sandals and flip flops are allowed, and you go by flat to very high heels. And the girls, especially those of the city, in the summer expose pedicures which I could never even think about; from sandals peeps a lacquer degree of perfection of the nails and such a velvety and smooth skin, even at the mere sight, that i would never have even if reborn … I wonder if no one has ever noticed that one foot is an element much sexier than a calf. A foot can be a lethal weapon (in all senses).
However, in my pink suitcase I did not put nothing but things that I had already in my closet, being fond of long shirts and being owner of several pairs of leggings and footless tights of Eighties memory. A pair of tennis shoes and a pair of caste, medium heeled shoes and a padded down jacket down to the calf (it was late November) completed the outfit. I went on very well.

Female clothing in Iran - Abbigliamento femminile in Iran
Normale abbigliamento femminile in Iran. Maglia lunga alla coscia, pantaloni fino alla caviglie e velo – Normal everyday clothing in Iran. Long shirt or gown, pants, hijab.

Sono partita da Milano con un volo diretto per Tehran MahanAir, compagnia persiana on-the-rise con bellissimi mezzi e hostess e steward davvero gentili.
Sull’aereo ho notato una cosa che mi è rimasta nella mente: c’era qualcosa di strano nei visi delle bellissime hostess che mi porgevano ora il succo d’arancia, ora un bicchier d’acqua, ora il pranzo (buonissimo, a base di riso allo zafferano e lenticchie, visto che non mangio carne) ora il modulo per il visto: i nasi.
Perfetti. Mmmmm troppo perfetti. E troppo uguali l’uno all’altro. Le belle figliole avevano fatto TUTTE una visita al chirurgo plastico per una sistematina… E in una giornata a Tehran ho realizzato che non erano solo le hostess ad essersi aggiustate l’appendice facciale, ma almeno il 50% delle ragazze che vedevo per le strade. E non scherzo.

Delle ragazze ho notato anche la loro propensione per il makeup perfetto, a sottolineare i loro begli occhi scuri, le ciglia lunghe (invidia!) e le bocche carnose. Anche in questo caso ho pensato che il contrasto tra il velo più o meno casto – perché c’è chi lo tiene miracolosamente in bilico oltre il centro della testa verso la nuca –  e il trucco da professionista, può creare senza dubbio un risultato supersensuale. E lo dico da donna!

Vedere le ragazze, le donne, mi ha incuriosito molto. Come dappertutto, c’è un arcobaleno di stili di abbigliamento. C’è chi si veste con abiti tradizionali, scuri, larghi e lunghi fino ai piedi (le donne di una certa età specialmente) e le ragazze o le donne che preferiscono colori accesi, scarpe alla moda, jeans attillati sotto le maglie, hijab drappeggiati con cura dalle fantasie e dalle tinte non proprio sobrie, borsette di marca, maxi occhiali da sole e sandali dai tacchi vertiginosi. In mezzo, tutte le possibilità tra questi due, chiamiamoli così, “estremi”.

Torniamo all’aereo. Da Milano a dieci minuti dall’atterraggio, un volo tranquillo.
Al wrooooooooaaaaaaaa dell’estrazione carrello, come per un ordine tacito, uno di quelli che fanno sterzare uno stormo di storni contemporaneamente nella stessa direzione, gli hijab escono dalle borsette e cominciano a svolazzare in cabina, per essere sistemati con cura su ogni testa femminile. Ognuna si accomoda il velo con il proprio stile, e si percepisce l’abitudine di un gesto ripetuto migliaia di volte. Ovviamente le più imbranate sono le occidentali (io per prima), che in genere si avvolgono la sciarpa sul capo e intorno al collo con nodi improbabili, strutture destinate a sciogliersi alla prima folata di vento. I primi giorni, è un continuo sistemarsi l’improvvisato hijab che o cade sulla faccia, o scivola indietro e cade comunque, formando un tristanzuolo cappuccio. Ma ci si fa l’abitudine…

(Nel post successivo, l’arrivo all’aeroporto e il visto da convalidare, non lo mancate!)

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I left Milan with a direct flight MahanAir to Tehran, Persian flight company on-the-rise, with great aircrafts and beautiful and nice hostesses and stewards.
On the plane I noticed one thing that has remained in my mind: there was something strange in the faces of beautiful hostesses that handed me the orange juice, a glass of water, lunch (yummy, based of saffron rice and lentils, since i do not eat meat): noses.
Perfect. Mmmmm too perfect. And too equal to each other. All the beautiful girls payed a visit to the plastic surgeon for a sprucing up … And on a day in Tehran, I realized that not only were the hostess to have adjusted facial appendage, but at least 50% of the girls I saw on the streets. And I’m not joking.
Girls have also noticed their propensity for the perfect makeup, to emphasize their beautiful dark eyes, long eyelashes (envy!) And full lips. Again I thought the contrast between the veil more or less chaste – because there are those who miraculously keeps it hovering over the center of the head to the neck – and the professional makeup, can undoubtedly create a supersensuale result. And I say this as a woman!
Looking at girls and women was very intriguing. As everywhere, there is a rainbow of clothing styles. Some  dress in traditional clothing, dark, wide and long to the foot (women of a certain age especially) and there are girls or women, on the contrary, who prefer bright colors, stylish shoes, tight jeans under the mesh,
carefully draped hijab with not quite subdued colors, brand handbags, maxi sunglasses and  high heeled sandals. In the middle, all the possibilities between these two… let’s call them “extremes.”
Back to the aircraft. From Milan to ten minutes of landing, a smooth flight.
At the cart extraction moment wrooooooooaaaaaaaa, as a tacit order, a flock of  hijab came out from handbags and begin to flutter in the cabin, to be placed carefully on each woman’s head. Each one would adjust the veil with her own style, and I could perceive the habit of a gesture repeated thousands of times. Obviously the most clumsy are the western (me first), which typically wrap the scarf on the head and around the neck with unlikely knots, structures designed to melt at the first gust of wind. The first few days, it is a continuous settling the hijabs that slip both the face or back, forming a sad cap. But believe me, you do get used to it…
(In the next post, I will talk about the arrival airport and how to obtain the visa on arrival – VOA, do not miss it!)

2 Replies to “Post sull’IRAN, sull’abbigliamento femminile e sull’essere ignavi. This is a post about visiting IRAN, women’s clothing, and about being indolent”

  1. Venetta Winkels says: Reply

    very good put up, i definitely love this web site, keep on it

    1. adminbeawwblog says: Reply

      Thank you, i hope I can be up to the expectations 🙂

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